
Masque Teatro – E di tutti i volti dimenticati
In scena, una casa.
O, forse, solo la sua ombra: una poltrona, un tavolo, una pianta, una finestra.
Lo spazio appare come dopo un’esplosione, sospeso in una polvere che ricorda l’America malinconica di Edward Hopper ma attraversata da un’eco post-atomica. Dentro questo luogo abita una Figura spezzata e spiazzante, possente e posseduta.
Masque Teatro costruisce, come sempre, un’esperienza più che una narrazione.
Se nel precedente Voodoo il percorso della Figura aveva una netta traiettoria da A a B, qui il movimento è interno, circolare, fatto di micro-oscillazioni. Assistiamo non tanto a un’azione quanto a una condizione: la prigionia del corpo nella memoria, nel tempo, nella voce.
La vocalità dell’interprete è ingabbiata, intermittente. Le parole si rompono, si piegano, si trasformano in suono animale. Quando la figura si avvicina all’acqua sul tavolo, sembra tendere verso un’impossibile purezza, una promessa di lenimento che non arriva mai.
È in questo scarto, tra tensione e impossibilità, che la scena si apre come una ferita percettiva: non più teatro di rappresentazione, ma di sensazione, nel senso profondo che Gilles Deleuze attribuiva a Francis Bacon.
In Francis Bacon. Logica della sensazione, Deleuze scrive che il pittore “presenta relazioni non illustrative e non narrative, e tanto meno logiche”. È la stessa condizione che Masque Teatro pare ricercare: lo spazio scenico come una tela che non racconta ma espone, che non descrive ma fa vibrare la materia del corpo.
La figura in scena sembra emergere da una “sfocatura dei corpi”, quella deformazione che, per Deleuze, non distrugge ma libera la forma, restituendole un’intensità nuova, una verità che pulsa sotto la superfice del visibile.
Così, il corpo di Eleonora Sedioli non è mai figura compiuta, ma campo di forze, attratto e respinto dal vuoto, attraversato da correnti di memoria e di voce. In questo modo, Masque Teatro sembra dare corpo a quello “spirito animale dell’uomo” di cui parla Deleuze: “spirito che è nel corpo, soffio corporeo e vitale”. La voce spezzata, i movimenti che si interrompono, il tremore della luce – tutto diventa soffio, moto interno, pulsazione invisibile.
È una linea che attraversa la storia del teatro del Novecento: vien da pensare a Tadeusz Kantor, che faceva del corpo dell’attore un residuo di memoria e materia. Anche per Masque il corpo pare essere il punto di collisione fra la vita e la sua sparizione. L’interprete non rappresenta la sofferenza: la attraversa, la lascia agire.
Alla fine, una frase: «Aiutatemi. Aiutatemi».
Non c’è catarsi, non c’è redenzione.
Noi siamo testimoni, non spettatori.
Il corpo, qui, è ciò che rimane quando tutto il resto è cenere. Nonostante tutto.
08/10/2024
Michele Pascarella
Gagarin Orbite Culturali