
Un corpo, un albero e un deserto assolato, un tappeto, foglie, terra. Non c’è altro in scena, in questo Voodoo di Masque Teatro, presentato a Vicenza nell’ambito dei Classici del Teatro Olimpico. In quel corpo c’è una rabbia sopita che pian piano esce e si rivela, diventa parte essenziale e resistente, è rabbia che esce, energia. Scandito da un ritmo ossessionante che fa da contorno musicale, il corpo (che è quello di Eleonora Sedioli, bravissima) si contrappone a tutto ciò che è fuori di esso. Un corpo libero eppur imprigionato, che va a marionetta, e sono scatti terribili, angoscianti quelli che si vedono. E’ un grande esercizio di tenacia che mira a scoprire il proprio essere ma partendo talmente dal di dentro che è una scoperta forte, potente. E direi necessaria. Perché è da lì che si parte per un rinnovo, che è quello di cui si ha bisogno, di cui ha bisogno proprio questo corpo, questo essere. Testa rasata, magro il corpo, il soggetto sembra quasi essere incatenato alla ricerca di moti nuovi, di un nuovo stato che sa di ricerca su se stesso. Un lavoro, Voodoo, che continua una interessante ricerca che Masque Teatro da sempre intraprende, e che si nutre di stimoli, di nuovi passaggi. Le cadute e il rialzarsi, il suo tentativo infinito, di questo corpo mostra drammatica la sequenza del ricreare, del potersi fare propria luce. Un rigenerarsi cercato e voluto con tutte le forze che non solo affonda in una narrazione, chiamiamola così, danzante ma va a incrociarsi inevitabilmente con un’esperienza personale della stessa Sedioli,: ovvero, sviluppo e azione, controazione ed effetti, sul corpo, vero, stesso della protagonista. Può lasciare sbigottito, talvolta questo essere in-azione, ma la forza energica, superlativa di reazione che Sedioli attua è qualcosa di notevole che per forza mi vien da dire va in direzione della trance, come esperienza (anche) musicale stessa, un percorso ideale, purificante, metafisico. Dal contorcersi esplicativo di quel corpo appare evidente che si tratti di dolore e speranza unite all’unisono, e che da quel corpo debba in qualche maniera scoppiare una nuova via, un nuovo cammino. Sogno e ispirazione, realtà e provocazione, in un contorcersi per poi rivelarsi, nuovo, esausto, nudo, a pelle viva. L’albero, a sinistra della scena è in una netta contrapposizione allo sgabello dove il corpo macchina comincia dapprima a muoversi e poi a scuotersi in mille ineguagliabili forme, ed è una méta, un raggiungimento ambito, a cui si aspira. Ci si arriva dopo una sequenza lunga lunga di contorsioni, vibrazioni, scivolate che vengono intraprese per ridiventare. Un trasformarsi che diviene, ed è in partenza, sofferenza immutabile. Anche quando il corpo è nudo, liberatosi dei vestiti e raggomitolato. E stremato, con un lungo silenzio. Certo, l’albero-méta è ora lì accanto, ma lo scuotimento è tanto, visibile e sconvolgente. Il corpo si è ribellato allo status iniziale, ma quel tortuoso contorcersi è un segnale inquietante, doloroso. Come detto, bravissima Eleonora Sedioli, per uno spettacolo che seppur breve (30 minuti) riempie totalmente e al tempo stesso svuota. Pubblico in rigoroso silenzio fino al termine, poi in applausi decisi.
27/10/2025
Francesco Bettin
Sipario